La messe è molta e gli operai sono pochi? (Mt 9,37)

Ieri ho ricevuto dal mio amico d. Michele Gianola, direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale delle Vocazioni, la locandina di una Veglia per le Vocazioni che molto volentieri divulgo.

Riflettendo sulla bella iniziativa mi sono venute in mente alcune considerazioni che volentieri condivido con voi:

  1. La Pastorale delle Vocazioni non è un optional. Non si dovrebbe poter scegliere se realizzare o non realizzare questo tipo di pastorale perché è una realtà costitutiva dell’essere Chiesa. Non solo la Chiesa ha bisogno di diaconi e preti (la vocazione all’episcopato non conosce grande crisi) ma la Chiesa ha il dovere morale di accompagnare i propri fedeli nel discernimento del loro stato di vita, qualunque esso sia.
  2. La Pastorale delle Vocazioni deve essere organica ed integrata. Organica nel suo interno: non si può concentrare solo su alcuni aspetti (adorazione eucaristica, ministranti, veglie di preghiera, giornata diocesana) escludendone altri (catechesi, omelie, formazione). Deve essere anche integrata al suo esterno: non esiste un’autentica pastorale vocazionale che non sia integrata con la pastorale giovanile nelle parrocchie, nelle università, nel mondo del lavoro…
  3. Quale prete essere? Come fare il prete? Per chi/cosa essere prete? Credo che siano tre domande cruciali che non si possano dare più per scontate. Innanzitutto credo che sia necessario chiarire cosa significhi “essere” prete. Tutti i preti, di ogni tempo, erano preti: il Curato d’Ars, d. Bosco, s. Ignazio di Loyola, s. Filippo Neri, il Card. Schuster, il Card. Martini, d. Tonino Bello ma ognuno aveva una percezione diversa del loro essere sacerdote. Credo che oggi sia importante approfondire la Teologia dell’Ordine perché alcuni concetti chiave devono essere riletti: Buon Pastore, Comunità cristiana, ministro sacro, presbiterio… Una pastorale vocazionale non può eludere, infine, per chi o per cosa un uomo è prete. Certamente per Dio, per se stesso, per la Chiesa, per il Regno ma essere prete a Bressanone è diverso che esserlo a Ragusa, essere prete a Lugano è diverso che esserlo a Vibo Valentia, esserlo a Roma è diverso che esserlo a Frascati. Essere prete nella propria diocesi è diverso che esserlo all’estero così come è diverso esser prete in un presbiterio omogeneo (origine, formazione, esperienza ecclesiale) o in uno che riunisce preti provenienti da tutto il mondo. Non solo: dopo l’Evangelii Gaudium dovremmo interrogarci -e darci risposte- anche sul ruolo del prete nella diocesi e nella parrocchia.

E’ forse più chiaro ora il titolo di questo post: “La messa è molta, gli operai sono pochi?” Tutti ci lamentiamo del numero sempre più basso di preti a disposizione ma abbiamo chiaro a cosa davvero “serve” un prete? Se deve occuparsi delle anime, dell’amministrazione, della manutenzione, delle pubbliche relazioni, della catechesi, della formazione e di chissà quanti altri ambiti, forse non è vero che le vocazioni al presbiterato non ci sono più, forse non ci sono più giovani disponibili a giocare al massacro.