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Il dopo Summit vaticano e la vita quotidiana del prete

"Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare" (Mc 3,14-15)

Qualche riflessione informale e dal “basso”

“Anche uno solo prete pedofilo è inaccettabile!” E’ l’affermazione che più volte Papa Francesco ha ripetuto parlando della pedofilia nella Chiesa; giustamente!

Al termine del Summit alla protezione dei minori che si è svolto in questi giorni in Vaticano mi sono soffermato a riflettere su quali impressioni ho ricevuto leggendo le informazioni presentate dai mass media. Riflessioni personali, da inesperto, condivise per suscitare una discussione “dal basso” e volendo evitare inutili polemiche.

Al di là delle percentuali ipotizzate (1,5%, 3%, 5%, 10%) sulla quantità di clero pedofilo, credo che sia realmente impossibile, anche se vorremmo tutti l’esatto opposto, eliminare totalmente la pedofilia dalla Chiesa. Esattamente come non lo sarebbe possibile tra i familiari, gli insegnanti, gli allenatori… Dove c’è l’uomo, c’è il limite dell’uomo!

Premesso ciò mi sono chiesto: cosa si può fare? Sarebbe interessante parlare sui modelli formativi seguiti nella pastorale dei bambini, dei giovani, delle famiglie ma si aprirebbe un discorso troppo lungo (anche se molto interessante).

Scelgo un orizzonte più limitato per la mia breve riflessione.

Innanzitutto credo che l’ammissione in seminario debba essere frutto di un processo più articolato di quello che oggi, generalmente, viene seguito. Il giovane che chiede di entrare in seminario deve essere aiutato a conoscersi (troppi ragazzi confondono la scoperta della fede con la vocazione al presbiterato! Senza parlare di motivazioni pericolosamente errate): un giovane deve conoscere la propria personalità prima di iniziare il Seminario! Il giovane che vuole entrare in seminario deve essere anche conosciuto (famiglia di origine inclusa) dalla diocesi e non solo dal Rettore o dal Padre Spirituale. Sarebbe importante che l’ammissione fosse discussa dal rettore, dal parroco di provenienza, da una famiglia e da un parroco che potrebbero fare da “accompagnatori” durante l’anno propedeutico, dallo psicologo, da un formatore… Si deve ammettere con prudenza! Una cosa è che il candidato abbia delle aree inconsistenti della propria personalità, altra cosa che abbia disturbi o patologie. Il seminario è un’esperienza per formarsi, per discernere, per crescere ma non è un luogo di cura per patologie fisiche, psicologiche, psichiatriche o spirituali.

Immaginiamo ora il nostro giovanotto ammesso in seminario.

Il Seminario deve essere un “luogo” che educhi alla complessità della vita, a partire dalla capacità di relazione. La comunità del seminario è uno strumento potentissimo per stimolare la crescita del candidato. Credo che sia importante far seguire il candidato non solo dal padre spirituale e dal Rettore ma anche dallo psicologo (occorre fornire al futuro prete anche gli strumenti psicologici di base per imparare a lavorare su di se), dal formatore, dal parroco di tirocinio pastorale, da una famiglia di riferimento.

Non è questo il luogo per entrare nei dettagli di un progetto formativo al presbiterato ma penso utile sottolineare almeno due aspetti:

  • bisogna evitare di pensare che un seminarista sia semplicemente un tipo strano. Alle stranezze bisogna saper dare una configurazione ben precisa perché la “stranezza” di oggi può diventare una bomba domani o dopo domani.
  • è necessario formare in mondo esaustivo la dimensione umana del candidato.

Arriviamo al prete “già fatto”.

Un prete (giovane, maturo, anziano, malato) non deve essere lasciato solo, mai! Hai una diocesi con 50 preti? Utilizzane 45 per le parrocchie e le attività pastorali ma 5 impegnali a seguire stabilmente -spiritualmente e umanamente- gli altri 45 confratelli. Dopo 10 anni la percentuale di perseveranza e di efficacia del presbiterio diocesano sarà sbalorditiva! Ci sono pochi soldi nella diocesi? SI investano anche per avere degli psicologi e dei formatori che collaborino in modo stabile nell’accompagnamento dei sacerdoti. Chiedi al prete un progetto di vita scritto, parlaci, chiedigli ciò che pensa, di cosa ha paura, che hobby ha, cosa desidera…poi ordina e pretendi, con carità, obbedienza!

I preti devono preferibilmente vivere insieme, non per controllarsi banalmente in modo reciproco ma perché “non è bene che l’Uomo (sposato o celibe) viva da solo. Le canoniche devono essere “case” accoglienti. Le comunità cristiane dove vivono i preti devono essere realmente vivibili.

Ho scoperto l’acqua calda! Lo so anch’io e ne sono preoccupato perché se ciò che ho scritto è ovvio, e lo è veramente, mi chiedo perché non abbiamo realizzato ancora tutto ciò che è ovvio?

So bene, che queste quattro idee non eliminerebbero né il problema della pedofilia, né gli altri, però…si ridurrebbero drasticamente e la qualità dell’intera comunità ecclesiale diventerebbe sicuramente migliore.

Concludo con un’ultima riflessione partendo dall’attualità: le condanne di McCarrick e Pellet. Se conoscessimo veramente bene un seminarista, che poi diventa prete, sarebbe più facile scegliere i parroci, i vescovi e i cardinali.

Che Dio e la Chiesa ci donino la Grazia di imparare a lasciarci aiutare e ad aiutare!

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