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Scrivo questa breve riflessione dal Monastero di Montefiolo dove stiamo dando gli Esercizi ignaziani a 14 preti romani e ad un amico sacerdote pugliese.

È sempre una meraviglia constatare come, nella casualità di chi si iscrive ad un corso di esercizi, si crei un'armonia sublime. Preti di 70, 50 e 35 anni vivono insieme per 5-6 giorni alla ricerca speciale di Dio alternando meditazioni, istruzioni, contemplazioni, colloqui, esami di coscienza, liturgia delle Ore e la celebrazione dell'Eucaristia, vero fulcro di ogni giornata.

Il metodo degli esercizi ignaziani, dopo cinque secoli, ha ancora tutta la sua freschezza profetica e aiuta ogni esercitante a riscoprirsi figlio di Dio e amato gratuitamente.

Nella nostra preghiera di questi giorni, affidiamo anche ciascuno di voi -in modo particolare i nostri confratelli- alla bontà di Dio.

Enzo Bianchi

Cari fratelli presbiteri nella chiesa di Dio, il vescovo di questa chiesa mi ha chiesto di essere oggi qui tra di voi perché possa offrirvi una riflessione sulla vita spirituale del presbitero. Sono un semplice monaco, «un povero laico», definizione che Pacomio dava di sé al grande Atanasio patriarca di Alessandria, ma ho accettato perché in questi ultimi vent'anni, senza che io l'abbia voluto o scelto, mi sono trovato impegnato sovente - su invito soprattutto dei vescovi di Milano e di Torino, ma anche di varie altre diocesi - nel riflettere su problemi riguardanti il presbitero, oltre che nella predicazione di esercizi spirituali ai presbiteri e nell'accompagnamento spirituale di molti di loro.

Cercherò di essere soltanto eco della Parola di Dio e una voce di ciò che ho a lungo ascoltato dal vissuto ecclesiale e presbiterale, e condividerò con voi alcuni pensieri che sulla base della mia esperienza giudico utili, se non addirittura urgenti, per una vita presbiterale vissuta nello Spirito santo e in fedeltà all'Evangelo.

Termino questa premessa comunicandovi una mia radicata convinzione: che cioè la vostra «spiritualità» non consiste in null'altro se non nella vita spirituale vissuta in ciò che voi fate come presby´ teroi, come ministri nella Chiesa di Dio. Sì, sono convinto che una sola è la spiritualità della Chiesa, fondata sul battesimo e nutrita dalla Parola di Dio e dai santi sacramenti, anche se essa è vissuta in modo diverso e distinto a seconda della grazia e della situazione in cui il Signore ha voluto il suo servo. Dunque il presbitero deve nutrire la sua vita spirituale attraverso ciò che egli è e ciò che egli opera nella Chiesa. Non deve vivere una «spiritualità del genitivo», fosse pure un genitivo che rinvia a grandi figure spirituali o a grandi santi; non deve neppure vivere spiritualità che gli indichino particolari «vie»: il presbitero deve trarre vita spirituale dal suo annunciare l'Evangelo, dal suo celebrare i sacramenti, dal suo presiedere la comunità cristiana. Ciò che dà identità al presbitero dev'essere ciò in cui egli è impegnato spiritualmente: da questo egli trae le ragioni e il nutrimento della sua vita spirituale!
Ecco allora alcune tracce.

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