La formazione del cuore

di Marco Vitale
(Pubblicato su "Presbyteri" n. 3 del 2014)
di Marco Vitale

Nell’omelia della Messa Crismale 2013, Papa Francesco conia l’espressione “siate pastori con l’odore delle pecore”. Nella stessa occasione il Papa aggiunge: “Cari fedeli, siate vicini ai vostri sacerdoti, con l’affetto e con la preghiera, perché siano sempre Pastori secondo il cuore di Dio. In poche battute viene riassunta una verità fondante del ministero presbiterale: il pastore e il gregge sono l’uno per l’altro! Il testo di Ebrei (5,1-5) ce lo ricorda:

Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. In tal modo egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anch’egli rivestito di debolezza; proprio a causa di questa anche per se stesso deve offrire sacrifici per i peccati, come lo fa per il popolo. Nessuno può attribuire a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. Nello stesso modo Cristo non si attribuì la gloria di sommo sacerdote, ma gliela conferì colui che gli disse:
Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato.

Quando a questa comunione ontologica non corrisponde una comunione nella prassi accade “l’insoddisfazione di alcuni, che finiscono per essere tristi, preti tristi, e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità”. 

Davanti a queste considerazioni dobbiamo recuperare situazioni di deviazione e, ancor più, dobbiamo prevenirle. Da dove partire? Ancora una volta, Papa Francesco ci offre un punto di riferimento: “Dobbiamo formare il cuore. Altrimenti formiamo piccoli mostri. E poi, questi piccoli mostri, formano il Popolo di Dio. Questo mi fa venire davvero la pelle d’oca”. Queste affermazioni sono un’eccellente attualizzazione del passo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5).

La sfida centrale, anche per il prete di oggi, è la formazione del proprio cuore. Essere capaci di conoscere i propri affetti, sentimenti, emozioni, relazioni; essere consapevole del senso di appartenenza e dell’esperienza del perdono, non aver timore delle proprie paure, delle proprie zone d’ombra.

Solo un cuore capace di tutto questo è un cuore capace di permettere ad un sacerdote di odorare dell’odore del gregge che, inutile negarlo, è sempre meno identificabile e meno individuabile.

La formazione del cuore ha bisogno di una formazione remota ma anche, inevitabilmente, di una formazione permanente negli anni. Troppo spesso nella vita di un prete, con il trascorrere degli anni, aumenta l’apporto dell’esperienza e diminuisce quello della formazione: questo è pericoloso!

Nella mia esperienza da prete, parroco e accompagnatore di diversi preti, ho imparato che alcuni elementi sono fondamentali per essere a servizio del popolo di Dio, nella piena consapevolezza di essere “uno di loro”: il rapporto di amicizia tra preti, con alcune famiglie, un interesse oltre al principale impegno pastorale e una vita di preghiera fatta con metodo.

Il rapporto tra preti è spesso piuttosto complesso perché carico di “ruoli” che ci distraggono da quella comunione ontologica che ci unisce sacramentalmente e che possiamo alimentare con una vita di fraternità coltivata e nutrita. Un aspetto particolare e fondamentale, di questa fraternità, è quello rappresentato dal fragile equilibrio tra presbitero e vescovo: limiti e conseguenze di questa realtà sono, tristemente o felicemente, ben note ai più! Il rapporto con qualche famiglia ci fa sentire più vicino al nostro popolo e ci fa conoscere la vita reale dei nostri fratelli laici. Anche qui è fondamentale l’equilibrio: conosciamo tutti qualche confratello, talmente appoggiato passivamente ad 1-2 famiglie di riferimento, da perdere ogni autonomia personale e pastorale. Un “interesse”, oltre il principale impegno pastorale, ci permette di avere anche “altro” oltre il nostro impegno principale e ci consente di “staccare” il nostro cervello da tutto ciò e da tutti coloro che potrebbero spingerci, con il ritmo quotidiano, con le spalle al muro. Questo potrebbe essere un buon punto di partenza per strutturare il fatidico “giorno libero” che in molte diocesi esiste almeno di fatto. Da ultimo, ma non certo per importanza c’è l’esperienza della preghiera sulla quale desidero soffermarmi. Al di là del non cadere nella tentazione di perdere i propri ritmi di preghiera la questione della preghiera di un prete, per formare il cuore, è cosa ben più complessa.

Quando ero in seminario (anni ’90) ci venivano offerte diverse esperienze per poter conoscere le diverse forme di preghiera. Ovviamente, come tutti ben sappiamo, alcune si prestano meglio in base alla sensibilità della persona o al contesto ma tra tutte credo che l’approccio più fruttuoso sia quello della preghiera secondo il metodo ignaziano.

Sono convinto che ogni prete dovrebbe conoscere come pregare secondo lo stile di Ignazio perché con esso si scende davvero nel profondo del cuore, imparando a riconoscere i movimenti interiori ed imparando ad affrontare la vita, compreso il rapporto con il proprio gregge, nello stile del discernimento. Ignazio, nel suo libretto degli Esercizi Spirituali scrive:

“Come infatti il passeggiare, il camminare e il correre sono esercizi corporali, così tutti i modi di preparare e disporre l’anima a liberarsi da tutti gli affetti disordinati e una volta che se ne è liberata, a cercare e trovare la volontà divina nell’organizzare la propria vita per la salvezza dell’anima, si chiamano eserci spirituali”.

Approcciando la vita con questo stile, sarà più facile trovare ogni giorno, nonostante tutto e tutti, il modo migliore per vivere in comunione con la propria comunità, una comunione così profonda ed intima sino ad avere il suo stesso odore.

La secolarizzazione e  il relativismo ci dimostrano che in questi ultimi decenni “qualcosa” non ha funzionato nella Chiesa. Non è questo né il luogo nè il tempo per fare la caccia ai “colpevoli” ma sarei felice di utilizzare parte di questa mia fraterna condivisione per riflettere sul fatto che, tra le altre cose, abbiamo perso anche la capacità di condividere la vita con il nostro popolo. Una prova di questa tendenza è, ad esempio come molto spesso il modello di vita presentato negli anni di formazione al presbiterato diocesano  è stato molto spesso quello della vita religiosa e questa tendenza, almeno in alcune diocesi, viene protratta anche agli anni oggetto della formazione permanente del clero. Si sono create così tre realtà, piuttosto autonome che nei punti di contatto fanno “frizione”: la vita quotidiana dei laici, la vita quotidiana del prete, il ritmo delle parrocchie-diocesi… I parrocchiani non riescono a seguire i preti, i preti non riescono a seguire il  vescovo, il vescovo non riesce a seguire i preti… Come spezzare questa catena? Una proposta illuminante l’ho trovata nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium nella quale il Il Papa invita a “recuperare la freschezza originale del Vangelo”, trovando “nuove strade” e “metodi creativi” (n. 11). L’appello rivolto a tutti i cristiani è quello di “uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo”: “tutti siamo chiamati a questa nuova ‘uscita’ missionaria” (n. 20). Si tratta “di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno” e che spinge a porsi in uno “stato permanente di missione” (n. 25). E’ necessaria una “riforma delle strutture” ecclesiali perché “diventino tutte più missionarie” (n. 27). Partendo dalle parrocchie, il Papa nota che l’appello al loro rinnovamento “non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente” (n. 28). Le altre realtà ecclesiali “sono una ricchezza della Chiesa”, ma devono integrarsi “con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare” (n. 29). 

Penso che lo stile da recuperare per       noi sacerdoti sia quello dell’essere-con, quello del cum-patire e non quello di gestire tutto da una cabina di regia. Questo comporta, necessariamente, una conversione nello stile di vita quotidiana di noi sacerdoti e delle nostre comunità. Una conversione pastorale, senza strappi, in continuità, che non può essere intrapresa dal singolo sacerdote e che non  può essere credibile se realizzata solo sui documenti… occorre un itinerario di Chiesa, di popolo di Dio in cammino.

In questo processo di riappropriazione dell’”odore delle pecore” dobbiamo riconoscere che un vantaggio ci viene offerto, a costi sociali elevatissimi, dalla crisi economica che attanaglia anche il nostro Paese. In questa fase di decrescita le nostre famiglie, ogni giorno vivono la “prova” di giungere al giorno dopo nel modo più dignitoso e, forse, senza accorgersene, stanno facendo esperienza dell’affidamento alla Provvidenza di Dio. Quale migliore occasione per accostarci a loro, poveri tra i poveri, per condividere le stesse esperienze? E’ un approccio di pastorale di prossimità che porta sempre a grandi risultati (non nei numeri ma nella sostanza!) e richiede solo un presupposto: la coerenza di ciò che viviamo e diciamo! Una Chiesa che si mette al servizio dei poveri sarà davvero un’esperienza di comunità se sarà povera come e tra loro in modo da condividere realmente l’unica vita!

L’esperienza di Charles de Foucauld, ben sintetizza questo tipo di approccio: Nel Novembre del 1905 scriveva ad una suora: 

“Desidero che il Signore susciti qui per l’evangelizzazione del Marocco e del Sahara e dovunque il Sacro Cuore vorrà, una piccola famiglia di fratelli e di sorelle con lo stesso stile di vita che sintetizzerei in tre parole: 1) Imitazione della vita nascosta di Gasú a Nazaret; 2) Adorazione perpetua del SS. Sacramento esposto giorno e notte; 3) Presenza nei luoghi più remoti dei territori di missione”. 

Vincere la tentazione di essere preti sempre al centro delle attenzioni, nutrirci dell’Eucaristia e della Parola e spingerci alle “periferie esistenziali”, a distanza di un secolo, rimangono ancora gli atteggiamenti vincenti! 

Concludo, riportando un’affermazione che secondo il Prof. Ferrini, direttore generale della Fondazione internazionale Giovanni Paolo II per il magistero sociale della Chiesa, ha detto Benedetto XVI in un colloquio privato tra loro e Mons. Negri, vescovo di Ferrara-Comacchio il 5 febbraio u.s.: “Se non c’è battaglia, non c’è cristianesimo”. Questa è, in conclusione la prospettiva di fede di un pastore che vuole servire coerentemente il proprio gregge: combattere e amarlo in Cristo e nella Chiesa, con una dedizione assoluta e incondizionata, fino all’effusione del sangue, se necessario!

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