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Una parrocchia di Popolo (M. G. Masciarelli)

Sempre interessante e ancor più pressante è oggi la domanda: parrocchia di popolo o parrocchia d’élite? Conviene rispondere a questa domanda per non compromettere lo sforzo di riforma della parrocchia da tutti sentita come necessaria.

La risposta a questa domanda non va data appellando alle proprie tendenze caratteriali (più inclini a stili élitari o popolari), ma a ragioni teologiche, le sole che possono dirci cos’è la parrocchia e le sole che posso guidarci a determinare quale forma storica essa debba assumere in conformità alla sua identità e alla sua missione. E allora, parrocchia di popolo o di élite? Vediamo.

La parrocchia è un popolo

La parrocchia non è un gruppo di pari o di affini, cioè persone omogenee per età o per interessi o per altro; essa è un popolo, nel quale tutte le differenze umane convergono in quella straordinaria esperienza aggregativa che è la comunità, questa volta convocata e tenuta insieme, e che sono amalgamate da Dio stesso. La parrocchia non nasce élitaria, ma popolare: «La comunità parrocchiale – scrivono i vescovi italiani – riunisce i credenti senza chiedere nessun’altra condivisione che quella della fede e dell’unità cattolica. La sua ambizione pastorale è quella di raccogliere nell’unità persone le più diverse tra loro per età, estrazione sociale, mentalità ed esperienza spirituale» (CEI, Comunione e comunità [1.10.1981], n. 43).

La parrocchia nasce popolare perché partecipa all’essere e alla missione della Chiesa, che nasce dalla convocazione di Dio, il quale le affida consegne, le prospetta fini, le dona mezzi per realizzare i suoi divini propositi.

La parrocchia, in piccolo, vive il mistero della Chiesa, della quale sa realizzare un’essenziale presenza di grazia, dal momento che sa realizzare la presenza salvifica e gloriosa di Cristo: «in queste comunità [diocesi e parrocchie] – afferma il Concilio – sebbene spesso piccole e povere e disperse, è presente Cristo, per virtù del quale si costituisce la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica» (LG 26).

La parrocchia è casa di tutti

Proprio perché esprime la realtà del popolo di Dio, la parrocchia è la casa di tutti, aperta a tutti. In essa, conseguentemente, ognuno si deve sentire a casa propria, poiché è – come afferma Giovanni Paolo II – una «casa di famiglia, fraterna e accogliente con tutti» (Christifideles laici 26-27), o – come amava dire papa Giovanni XXIII – la fontana del villaggio alla quale tutti corrono a dissetarsi per l’arsura che la vita crea.

La parrocchia non è la comunità dei migliori (i santi), né per i gruppi cristiani d’“élite” (aggregazioni ecclesiali particolari per carismi, impianto organizzativo e quant’altro); è la comunità cristiana dove passa una concreta porzione del popolo di Dio, connotato da doni di creazione e di grazia.

Fra l’altro, la parrocchia è lo spazio missionario, nel quale è convocata la comunità degli uomini, già irradiata da riflessi di santità e purtroppo anche ombrata dall’oscurità del peccato.

«La parrocchia rimane la Chiesa di tutti: impegnati o dubbiosi, buoni o cattivi, obbedienti o critici, assidui o lontani. La ragion d’essere di una comunità parrocchiale è quella di costituire la struttura di base per l’appartenenza ecclesiale dei cristiani prima, dopo e fuori da qualsiasi appartenenza particolare. La parrocchia, come la diocesi, ha bisogno di restare se stessa, rendendola la Chiesa di tutti […]. Anche questa è una forma di Chiesa dei poveri e povera. Tutta la vita e l’azione della Chiesa, della parrocchia hanno bisogno di ristrutturarsi nell’atto del vangelo, cioè nell’annuncio della bella notizia a chi ancora non crede o ha interrotto il suo percorso di vita cristiana» (Severino Dianich, Atti del 24° Convegno nazionale Caritas diocesane, Modena, 15-18 giugno ’98).

La parrocchia fra prossimità e distanza

Allora, parrocchia d’“élite” o parrocchia di popolo? La risposta è: parrocchia di popolo. In questa “popolarità” (che evita le derive di alcuni significati inaccettabili, come quello di populismo) c’è tutto l’umano con quanto di buono, di mediocre e di avvilente possiede, e va compresa tutta la variegata fenomenologia religiosa, con quanto di raffinatezza, di lacunoso, di scadente, di debole ci sia dal punto di vista spirituale.

La parrocchia è lo spazio dove la geografia e la storia, spesso rattristanti, degli uomini trovano ospitalità e attenzione; e si deve dire anche il contrario: in quella geografia e in quella storia la parrocchia è inserita e immersa (come “casa” fra le case, come “casa” accanto alle case degli uomini, abitandovi con prossimità profonda, ma anche con alterità alta: la parrocchia, infatti, ha da narrare (testimoniando) la storia di Dio-con-l’uomo, deve annunciare una sapienza altra, quella della croce, e una profezia inattesa, quella della risurrezione.

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