Comunità cristiane in cammino

L’inizio di un nuovo anno è un tempo propizio per riflettere sulle prospettive che ci attendono o che vogliamo realizzare e dunque, in questo breve articolo, volentieri condivido qualche opinione personale sulle prospettive ecclesiali che, a parer mio, sembrano prioritarie.

Un primo “troncone” di cui tener conto è sicuramente il clero (preti, diaconi e vescovi) e il suo essere-bene per la comunità cristiana, per la società e per se stesso sia come singole persone che nel suo complesso. E’ fin troppo banale ribadire che se una persona non sta bene con sé stessa non può esserlo con gli altri mentre il clero dovrebbe essere costituito fondamentalmente da “costruttori di ponti”. Un prete deve essere un uomo sano (nel corpo, nella mente e nell’anima), felice della propria relazione con Dio, con il suo vescovo, i suoi confratelli, la comunità ecclesiale dove svolge il Ministero, la propria famiglia di origine e i propri amici. Se cosi non fosse è inutile dire che bisogna sapersi accontentare perché prima o poi verrebbero a crearsi equilibri non sani. E’ dunque bene lavorare su tutto questo da subito (sin dal seminario) e in modo costante (fino alla vecchiaia). E’ sicuramente una prospettiva impegnativa ma un prete “felice” crea una comunità “felice”. E per felice possiamo semplicemente intendere un prete e una comunità serenamente equilibrata.

Un secondo “troncone” su cui soffermarsi è senza dubbio la realtà dei laici cattolici e la loro formazione umana, catechistica e spirituale. Sia ben inteso che per formazione non intendo la mera conoscenza teorica di contenuti ma, oltre ad essa, anche l’esperienza personale di certe esperienze. Il primo vero problema dei laici è che, molto spesso, non sanno pregare con la Parola di Dio, non sanno fare l’esame di coscienza, non sanno fare discernimento, non sanno il perché e il come vivere la comunità cristiana. Credo che da qui sia necessario ripartire. Con chi? Credo con i preti che così facendo guadagnerebbero sicuramente in “felicità” (di cui sopra).

Per fare questo è necessario liberare i preti, impegnati con le comunità, dalla gestione diretta degli immobili e dall’amministrazione: non credo che ci sia alternativa altrettanto valida. Negli anni di seminario non c’è una sola ora di studio per quanto riguarda la gestione contabile, gli aspetti legali ed invece si pretende dai preti che facciano gli amministratori di “condominio”. Questo non funziona e frustra il prete (che non riesce a farlo in modo adeguato) e la comunità (che si vede costretta a seguire nelle scelte pratiche un parroco incapace). Nei casi in cui invece il prete sa gestire in modo efficace gli aspetti amministrativi lo si accusa spesso di essere un “manager” e che si preferirebbe avere un prete esperto di Dio. Io ho visto preti umiliati e in lacrime per essersi fatti staccare le utenze in parrocchia senza accorgersene e preti criticati per essere “manager”. Chissà cosa accadrebbe se le parrocchie fossero gestite in modo centrale dalle Curie diocesane o direttamente dal Consiglio per gli affari economici…

Un terzo “troncone” ever-green è la questione della parrocchia. Noi ragioniamo ancora sul numero degli abitanti e l’estensione del territorio mentre dovremmo cominciare a ragionare sul numero dei parrocchiani (cioè coloro che, in qualche modo, frequentano realmente), sulla reale mobilità nella zona (nelle grandi città ci si muove quasi esclusivamente in automobile per andare al lavoro, la palestra, il medico, al supermercato) e sulla capacità di sopravvivenza economica. Non voglio affrontare in questa riflessione la complessa questione delle unità pastorali ma sostenere semplicemente che le parrocchie devono rimanere ciò per cui sono state create e non diventare, come più volte affermato da Papa Francesco, delle ONG. Purtroppo spesso le parrocchie sono diventate molte cose (raramente di qualità perché non le riguardano veramente) e hanno rinunciato (non senza dolore e tentativi) ad essere semplicemente la casa della comunità cristiana.

Ovviamente queste poche righe non possono esaurire la discussione proposta né affrontarla in profondità ma spero che possano essere utili perché ciascun lettore possa confrontarsi con la questione.

Ogni commento, che aiuti al confronto, sarà ben accolto.

É morto il nostro d. Sergio Mangiavacchi

Le esequie verranno celebrate domani 21 Dicembre, alle ore 15:30, nella parrocchia di S. Maria Delle Grazie in Roma.

Chi può celebri una S. Messa in suffragio.

Don SERGIO MANGIAVACCHI nasce a Roma il 16  febbraio 1932.   Dal quarto ginnasio in Seminario Minore e poi al Maggiore , diventando sacerdote il 17  marzo 1956. Il suo primo servizio è al Seminario Minore come assistente dei seminaristi per tre anni. Subito dopo viceparroco a S.Agapito, parrocchia senza struttura tanto che doveva appoggiarsi alla parrocchia vicina di Casal Bertone; successivamente a S.Michele Arcangelo a Pietralata dove era parroco don Ottavio Petroni (il roscio del quartiere come lo chiamavano tutti). Poi, nonostante le sue resistente collaboratore in Vicariato di don Luigi Di Liegro. Finalmente Parroco alla parrocchia di S. Leone Magno, all’inizio della via Prenestina   dove rimase per circa 22 anni: una parrocchia grande già conosciuta da don Sergio perchè vicina a S.Agapito e a Casal Bertone .  Lasciata la parrocchia di S. Leone M. ha accettato la cappellania dell’Ospedale Regionale Oftalmico a Piazzale degli Eroi. Data la sua esperienza fu nominato membro della Consulta Diocesana per la Pastorale Sanitaria  e nel 2009 fu nominato Assistente Ecclesiastico  Diocesano del  Movimento Apostolico Ciechi, fino al 2013.  Sacerdote esemplare per la sua disponibilità e l’impeccabilità del suo servizio, il papa il 2 agosto del 1999 lo insignì del titolo di Prelato d’Onore  di Sua Santità; ma certo la ricompensa che don Sergio si aspetta è ben altra: è quella che il Signore darà ai fedeli operai della sua vigna   “Bene, servo buono e fedele; sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto: entra nel gaudio del tuo Signore”. (Parabola dei talenti:   Matteo 25,22) (Cfr. http://sangaetanoonline.altervista.org/wp/73-2/)

Auguri di buon Natale 2018

Ora, mentre si trovavano a Betlemme, si compirono per Maria i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.
C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore.”
(Lc 2,6-11)

Natale é la nascita di Gesù, é “solo” questo! Non é un evento commerciale, non é la festa della pace o della famiglia…

Natale é la Storia di Amore tra Dio e il suo popolo: il primo dona la sua divinità e il secondo, la propria umanità. In questo dono reciproco, Maria e Giuseppe si ritrovano coinvolti, senza capirci troppo, e si rendono disponibili a modificare il loro progetto di vita personale e di coppia.

L’augurio che desidero farti per questo Natale 2018 è che anche tu, la tua famiglia e la tua Comunità possiate desiderare di accogliere, conoscere, amare, seguire e annunciare Cristo Gesù nostro Salvatore.

d. Marco Vitale

La messe è molta e gli operai sono pochi? (Mt 9,37)

Ieri ho ricevuto dal mio amico d. Michele Gianola, direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale delle Vocazioni, la locandina di una Veglia per le Vocazioni che molto volentieri divulgo.

Riflettendo sulla bella iniziativa mi sono venute in mente alcune considerazioni che volentieri condivido con voi:

  1. La Pastorale delle Vocazioni non è un optional. Non si dovrebbe poter scegliere se realizzare o non realizzare questo tipo di pastorale perché è una realtà costitutiva dell’essere Chiesa. Non solo la Chiesa ha bisogno di diaconi e preti (la vocazione all’episcopato non conosce grande crisi) ma la Chiesa ha il dovere morale di accompagnare i propri fedeli nel discernimento del loro stato di vita, qualunque esso sia.
  2. La Pastorale delle Vocazioni deve essere organica ed integrata. Organica nel suo interno: non si può concentrare solo su alcuni aspetti (adorazione eucaristica, ministranti, veglie di preghiera, giornata diocesana) escludendone altri (catechesi, omelie, formazione). Deve essere anche integrata al suo esterno: non esiste un’autentica pastorale vocazionale che non sia integrata con la pastorale giovanile nelle parrocchie, nelle università, nel mondo del lavoro…
  3. Quale prete essere? Come fare il prete? Per chi/cosa essere prete? Credo che siano tre domande cruciali che non si possano dare più per scontate. Innanzitutto credo che sia necessario chiarire cosa significhi “essere” prete. Tutti i preti, di ogni tempo, erano preti: il Curato d’Ars, d. Bosco, s. Ignazio di Loyola, s. Filippo Neri, il Card. Schuster, il Card. Martini, d. Tonino Bello ma ognuno aveva una percezione diversa del loro essere sacerdote. Credo che oggi sia importante approfondire la Teologia dell’Ordine perché alcuni concetti chiave devono essere riletti: Buon Pastore, Comunità cristiana, ministro sacro, presbiterio… Una pastorale vocazionale non può eludere, infine, per chi o per cosa un uomo è prete. Certamente per Dio, per se stesso, per la Chiesa, per il Regno ma essere prete a Bressanone è diverso che esserlo a Ragusa, essere prete a Lugano è diverso che esserlo a Vibo Valentia, esserlo a Roma è diverso che esserlo a Frascati. Essere prete nella propria diocesi è diverso che esserlo all’estero così come è diverso esser prete in un presbiterio omogeneo (origine, formazione, esperienza ecclesiale) o in uno che riunisce preti provenienti da tutto il mondo. Non solo: dopo l’Evangelii Gaudium dovremmo interrogarci -e darci risposte- anche sul ruolo del prete nella diocesi e nella parrocchia.

E’ forse più chiaro ora il titolo di questo post: “La messa è molta, gli operai sono pochi?” Tutti ci lamentiamo del numero sempre più basso di preti a disposizione ma abbiamo chiaro a cosa davvero “serve” un prete? Se deve occuparsi delle anime, dell’amministrazione, della manutenzione, delle pubbliche relazioni, della catechesi, della formazione e di chissà quanti altri ambiti, forse non è vero che le vocazioni al presbiterato non ci sono più, forse non ci sono più giovani disponibili a giocare al massacro.

Vi esorto…a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto (Ef 4,1)

di Marco Vitale

Da qualche giorno l’aria in parrocchia è particolarmente pesante anche se tutte le attività sembrino procedere normalmente. Nel cortile alcuni genitori si fermano a parlare chiedendo chiarimenti su delle voci che hanno sentito davanti ai cancelli della scuola ma i collaboratori parrocchiali evitano di incrociarne gli sguardi. In effetti già da tempo si raccontavano cose strane sul Don, e poi sui social erano apparsi post poco chiari sulla questione. Nel frattempo in curia il vescovo ha già incaricato il vicario generale di trovare un sacerdote che possa temporaneamente celebrare in parrocchia al posto del Don, il cancelliere provvede alla nomina…

Spesso è questo il contesto in cui si consuma il dramma di un prete che commette qualche errore non facilmente recuperabile. Nelle righe precedenti, volutamente non ho accennato al Don perché a lui, che è il vero soggetto, vorrei dedicare questa mia riflessione. Vorrei evitare anche facili luoghi comuni, estremizzazioni e generalizzazioni per stimolare una riflessione ampia e profonda. Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di evitare spaccature nel tessuto ecclesiale già fiaccato da più parti.

Sono convinto che un prete non sbaglia all’improvviso e senza alcuna logica. L’errore si può palesare improvvisamente e può seguire un’apparente illogicità ma la sua radice è sempre molto profonda.

Per praticità mi permetto di seguire uno schema cronologico. 

Un prete non nasce dal nulla ma viene “scelto dagli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio” (Eb 5,1). La famiglia di origine del prete ha un ruolo indiscutibile nell’equilibrio (positivo o negativo) o nello squilibrio del futuro prete. Nella famiglia possono rintracciarsi influenze genetiche, psicologiche e sociali ed è in essa che nascono le motivazioni più profonde della scelta vocazionale. Molte volte alcuni preti “problematici” sono diventati tali solo perché non sarebbe mai dovuti essere ordinati! Davanti ad una realtà così complessa è evidente la necessità di un discernimento non banale ed altrettanto complesso. A volte, le tentazioni di “gonfiare” i numeri del seminario, di non frustrare il desiderio del candidato o della sua famiglia o del suo parroco, spingono ad accogliere nuove vocazioni con una certa superficialità. Sappiamo tutti che la vocazione al presbiterato è cosa ben diversa dalla conversione, da una sana pratica della vita cristiana, da uno stile di vita orientato ai valori cristiani eppure molte volte il discernimento si riduce a valutare primariamente questi aspetti secondari. Anche solo per questi motivi, emerge la necessità di un discernimento frutto della sintesi di più attori: il vescovo, il rettore del seminario, il parroco di provenienza e della comunità dove il candidato svolge servizio nell’anno propedeutico e di alcuni laici (senza trascurare donne e famiglie con la loro particolare capacità di leggere il cuore delle persone) e religiosi che conoscono il candidato. Deve essere inoltre evidente che gli anni di seminario non possono essere un tempo da dedicare alla cura di patologie psicologiche o psichiatriche: tali cure devono essere svolte prima dell’ingresso in seminario. Ovviamente questo non significa che gli anni di formazione al sacerdozio non possano, e non debbano, essere utilizzati anche per la formazione umana e per una maggiore autoconoscenza della propria persona da parte del candidato, con l’aiuto di esperti.

Un’attenzione particolare nel discernimento vocazionale sul candidato credo che sia necessaria anche per la conoscenza dei suoi bisogni e valori proclamati e realmente vissuti. A solo modo di esempio, è ben diverso accogliere un candidato affermato nel mondo del lavoro o in cassa integrazione, un giovane con una storia alle spalle di dipendenza da sostanze o senza una storia affettiva significativa.

Un ultimo aspetto, non certo per ordine di importanza, su cui vorrei catturare la vostra attenzione è sulla necessità di una riflessione sistematica sull’organizzazione della formazione remota al presbiterato (in concreto l’organizzazione del seminario e la sua stessa esistenza in certe forme) che però non è opportuno affrontare in questo spazio.

E’ evidente che queste considerazioni non siano delle scoperte ma ho creduto importante ribadirle, nel contesto di questa riflessione, per sottolineare l’importanza del ruolo di questa fase iniziale della storia vocazionale di un prete, anche a distanza di molti anni dall’ordinazione presbiterale.

Quando si parla di errori e scandali dei preti dovremmo avere il coraggio di rileggere certe storie non solo, come già accennato, nelle dinamiche della famiglia di origine e del seminario ma anche nell’esperienza della formazione permanente. Se è vero che tale realtà era inesistente, almeno nei termini che intendiamo oggi, per i sacerdoti con oltre 20-25 anni di sacerdozio, è altrettanto vero che i preti più giovani -in un modo o in un altro- ci si sono dovuti confrontare. Il documento della CEI “Lievito di fraternità” pur nella sua essenzialità, ha ribadito ancora una volta la centralità di questa esperienza per la qualità umana, spirituale ed ecclesiale della vita del presbitero.

Conosciamo tutti le difficoltà oggettive di molte diocesi nell’organizzare una proposta di qualità e, ancor più, una proposta che tocchi la profondità più recondita del singolo presbitero all’interno dell’unico presbiterio diocesano (comprendente anche i religiosi presenti nel servizio della singola Chiesa locale). Tale situazione non deve però farci arrendere né farci accontentare della mediocrità. Personalmente ritengo, pur non negando la fondamentale importanza delle dimensioni culturale, spirituale e pastorale, che sia ormai irrinunciabile una conoscenza e un dialogo personale e costante tra formatore e presbitero. La formazione permanente di un prete non è primariamente dargli altri contenuti (pur se utili, se di qualità) ma è aiutarlo a tirare fuori ciò che ha nel suo cuore e nella sua mente ed aiutarlo a crescere come persona-figlio-di-Dio e a creare e a curare, in stile evangelico, sane e durature relazioni interpersonali.

Conosciamo bene  le resistenze di noi sacerdoti a farci lavorare come creta nelle mani del “Vasaio” (soprattutto dai suoi mediatori: vescovo, vicario generale, padre spirituale, formatori del clero, psicologo, …) ma ritengo che acquisire questa capacità sia indispensabile per prevenire anche tanti scandali e per maturare il passaggio dalla docilitas (ad esempio, partecipo alle riunioni del clero) alla docibilitas (ad esempio, per essere sempre più libero di imparare anche dalla vita quotidiana nel Ministero).

Dopo queste premesse, che reputo doverose, andiamo a riprendere il Don della storiella inventata con cui ho iniziato la riflessione.

Le forme esteriori degli scandali dei preti sono sempre le stesse: da quelle che rivestono un maggiore scandalo morale (e a volte penale) a quello dell’eccessiva fragilità. Ed allora è sufficiente googlare sul web per trovare un’infinità di storie. Ogni volta, se si volesse/potesse scavare un po’ in profondità, ci ritroveremmo davanti un prete malato fisicamente o mentalmente oppure immaturo, poco prudente, instabile, fragile, isolato. La punta scandalosa dell’iceberg dell’esistenza di un prete quasi sempre si è formata in lunghissimi anni, probabilmente davanti all’indifferenza o al menefreghismo di tante persone: consacrate e laiche.

Non voglio eliminare la responsabilità personale del singolo sacerdote ma voglio sottolineare che è fanciullesco ritenere che tutto, specialmente negli scandali più pesanti, sia riconducibile ad essa.

Quando scoppia lo scandalo il prete coinvolto si rende conto che il suo segreto ormai non è più tale e, spesso, nel tentativo immaturo di voler recuperare nega sino all’inverosimile. Ciò lo renderà ancora più indifendibile e lo costringerà ad ulteriori attacchi. Non pochi vescovi si sono visti costretti a mostrare al sacerdote in questione, foto, video, registrazioni, documenti inchiodandolo alle proprie responsabilità senza appello: un’esperienza dolorosa per il prete e per il vescovo.

Altri preti, al contrario, davanti all’errore ormai pubblico si sentono finalmente liberati da un fardello che portano avanti chissà da quanto tempo e si sentono storditi ma sollevati.

Questa duplice possibile reazione ci fa ben comprendere come le caratteristiche singolari di ogni persona siano da conoscere bene e da tenere in forte considerazione.

Normalmente per il prete coinvolto in una vicenda di questo tipo inizia un periodo umanamente e spiritualmente pesante ma che è anche il primo gradino verso la Risurrezione e l’uscita dal buio del sepolcro. Non di rado, certi errori sono anche reati canonici (che prevedono un processo e una pena canonica, fino alla dimissione dello stato clericale) e o penali secondo la legislazione statale (con processo civile e penale con pene fino all’arresto).

Molte volte il prete soggetto dello scandalo, se aiutato e se accetta l’aiuto, ritorna felicemente al suo Ministero dopo aver pagato il suo debito di giustizia. Ritorna portandosi dietro le sue ferite abbellite -un po’ come la tecnica giapponese del Kintsugi che ripara vasi rotti lasciando visibili le linee di rottura ma impreziosendole con polvere d’oro- e con la  consapevolezza dei suoi limiti e delle sue risorse.

E’ evidente che ad un prete che passi per questo tipo di esperienza non gli si possa chiedere di andare ovunque a svolgere il suo ministero. Mi domando: se questa consapevolezza la si avesse per tutti i preti e prima che sorgessero difficoltà insuperabili, non sarebbe una scelta di verità e di carità? Se è vero che un uomo riceve la vocazione al presbiterato per la Chiesa non è vero che il Signore pensa ciascuno di noi in modo del tutto originale? Cosa ne guadagna una Chiesa diocesana nel vivere sempre nella logica dell’emergenza ed “usare” i preti come tappabuchi se poi il risultato finale è spesso quello di cui stiamo parlando in questa riflessione? Donare la vita per il Regno di Dio non va mai confuso con il distruggere una vita!

Mi avvio alla conclusione di questa riflessione chiamando in gioco tre “attori” che nella storiella di apertura dell’articolo non ho presentato se non superficialmente.

Innanzitutto la comunità parrocchiale dove l’ipotetico Don vive e svolge il suo ministero. Oggi più che nel passato, quando un prete arriva in una parrocchia o in una unità pastorale, spesso trova ad accoglierlo le questioni amministrative e burocratiche. Dopo aver sentito parlare per anni, in Seminario, della sua vocazione ad essere il Buon Pastore della comunità cristiana, rischia di ritrovarsi solo. Nel tempo questa situazione non è sopportabile!

A volte il sacerdote, se non proprio solo, rischia di ritrovarsi con un piccolo gruppo di persone che, secondo le circostanze, possono viziarlo come un adolescente oppure svuotarlo con richieste di mille attenzioni particolari.

Il ruolo della comunità parrocchiale è insostituibile nella prevenzione di comportamenti errati del proprio prete. Una comunità che si relazioni al proprio Don in modo adulto è il più efficace antidoto a situazioni anomale. Per onestà intellettuale mi sento di dover sottolineare anche la necessità che il sacerdote si impegni ad offrire alla propria comunità una formazione e delle esperienze che le permettano di crescere nella capacità di relazioni accoglienti, libere, liberanti e responsabili.

Il secondo “attore” che vorrei presentare velocemente è il presbiterio diocesano. Nessun prete dovrebbe vivere senza sentire forte, intorno a sè, il proprio presbiterio. Molto spesso un prete non ha grandi difficoltà ad accorgersi se un proprio confratello, magari della parrocchia accanto, attraversi un periodo di fatica. A volte, tra preti non ci si sbilancia per paura di rompere equilibri delicati ma questo, al di là dell’apparente bontà è una tentazione grossolana. Non si tratta di dire al confratello ciò che deve o non deve fare (l’altro già lo sa!) ma offrirgli e proporgli la possibilità reale di creare una rete di relazioni di “prossimità”. Questo servizio che ritengo fondamentale per essere efficace dovrebbe essere realizzato da tutti e ciascun prete di una diocesi. Ognuno con le proprie storie, i propri limiti e le proprie risorse.

Un’ultima parola sul terzo attore: il vescovo. Credo, in generale, che mai come in questi anni il ministero del vescovo sia tirato da una parte all’altra. Sono convinto che nonostante le mille responsabilità debba avere una priorità speciale per i propri preti anche, se necessario, delegando almeno in parte ai suoi collaboratori.

In conclusione, quando a sbagliare è il Don è un intero sistema ad aver fallito. Personalmente credo che sia urgente lavorare tutti e tutti insieme, ciascuno secondo il proprium, per la qualità della vita umana, spirituale ed ecclesiale anche di ciascun prete.